Articoli

Il dilemma del porcospino: 

quando la relazione fa paura



La rottura di un legame affettivo è un'esperienza dolorosa per tutti. Per alcune persone tuttavia, la separazione da una persona amata diventa un evento dalla portata distruttiva.


Alcuni porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione. Arthur Shopenhauer, Parerga e paralipomena, volume II, capitolo XXXI, sezione 396.


La rottura di un legame affettivo è un'esperienza dolorosa per tutti. I vissuti emotivi e le rielaborazioni cognitive connesse alla perdita di un oggetto d'amore, riconducibili al variegato fenomeno del "lutto", si manifestano con modalità diverse e con un grado di intensità che possono variare in funzione di due dimensioni principali.


Le dimensioni di un rapporto

La prima dimensione può essere individuata nella "forza del legame", riferendoci con questo costrutto alla strutturazione temporale del rapporto (durata e frequenza), al coinvolgimento affettivo, all'investimento emotivo e al significato simbolico attribuito dall'individuo alla relazione. La forza del legame è il prodotto di una storia condivisa e in base a questo indicatore risulta possibile tracciare una distinzione (almeno su un piano teorico) ad esempio tra un rapporto tra fratelli ed un rapporto tra vicini di casa o tra una storia sentimentale di anni e un'avventura romantica di qualche giorno. Banalmente asseriamo che non tutti i rapporti sono uguali e che la forza del legame va considerata come un primo elemento da monitorare per comprendere la fenomenologia del lutto.

La seconda dimensione può essere individuata nella "gestione della perdita" (o gestione del lutto) cioè nelle capacità proprie di ciascun individuo di affrontare la rottura di un legame affettivo. Tali capacità sono riconducibili alla modulazione degli stati emotivi attivati dalla perdita (tristezza, rabbia, paura), all'attivazione delle strategie cognitive e metacognitive per fronteggiare la situazione contingente e, nel complesso, a quell'insieme di modalità (spesso automatiche, implicite, inconsce) con le quali l'individuo gestisce la separazione dall'oggetto amato (meccanismi di difesa e strategie di coping) e che complessivamente afferiscono a specifici assetti caratteriali (o tratti di personalità).

Generalizzando il concetto potremmo dire che quanto più è forte un legame affettivo tanto maggiore sarà la quota di sofferenza associata alla sua rottura e la necessità di attivare risorse personali, a molteplici livelli, per gestirla.



Il processo di elaborazione della rottura del legame affettivo

Il processo di elaborazione della rottura di un legame affettivo in base all'intensità dello stesso, alle sue modalità e ai diversi fattori contestuali – protettivi o di rischio –, può essere di durata e complessità variabile. Di solito, nella fase acuta, e in caso di perdite di figure relazionali primarie (genitori, figli, partner), viene completato entro 6 -12 mesi, anche se non sono infrequenti possibili sequele nei periodi successivi.

Per alcune persone tuttavia, la separazione da una persona amata diventa un evento dalla portata distruttiva, disorganizzante, una deflagrazione che frantuma il senso di sé e lascia, dopo il suo passaggio, una sensazione di annichilimento e morte interiore.

Sindromi maniaco - depressive, stati ansiosi, comportamenti incongrui di diversa natura (abuso di sostanze, esplosioni di aggressività, condotte autolesive, comportamenti a rischio, promiscuità sessuale, ecc.) possono emergere a fronte della rottura di una relazione importante diventando le manifestazioni cliniche più evidenti di un processo patologico di elaborazione del lutto.

Una chiave interpretativa per comprendere tali situazioni è rappresentata dalla "Teoria dell'attaccamento" (Bowlby, 1969/1982, 1973, 1980) per la quale le relazioni interpersonali ricoprono una funzione fondamentale nello sviluppo dell'uomo "dalla culla alla tomba". Nella trilogia "Attaccamento e perdita", questo autore esplora la natura del legame caregiver - bambino rilevando la centralità del comportamento di attaccamento definito come "ogni forma di comportamento che appare in una persona che riesce ad ottenere o a mantenere la vicinanza a un individuo preferito" (Bowlby, 1969) e che, sulla base di un sistema motivazionale primario e filogeneticamente primitivo, viene attivato dalla separazione o dalla minaccia di separazione: le prime dinamiche e angosce infantili di separazione, diventando modello implicito di tale esperienza da un punto di vista emotivo, relazionale e successivamente cognitivo, costituiranno lo schema di base nei vissuti e nella gestione delle esperienze di rottura dei legami adulti. Criticità nelle prime relazioni d'attaccamento lasciano quindi una ferita che, se non debitamente curata, può riaprirsi ed infettarsi qualora separazioni o rotture relazionali occorse nel presente ripropongono l'antica paura di perdita del primitivo oggetto affettivo.

Quanto più profonda sarà la ferita tanto maggiori saranno le difese che la persona erigerà per evitare una temuta (spesso a livello inconscio) ritraumatizzazione, giungendo persino a strutturare la propria personalità intorno all'evitamento di un nucleo d'angoscia legato alla separazione dall'oggetto amato: l'incapacità di gestire i processi di separazione e di elaborazione del lutto si tradurranno pertanto in un evitamento delle relazioni implicanti una dinamica di attaccamento e di affetto profondo portatrici nel contempo della temuta angoscia abbandonica. In taluni casi l'estrema vulnerabilità dell'individuo ad esperienze di separazione convergerà in uno stile relazionale autoprotettivo caratterizzato dal "non rapporto" (Modell, 1975), una difesa globale che protegge la fragilità del sé con l'illusione dell'autosufficienza.



Il "non rapporto" e il dilemma del porcospino


Essere autosufficienti significa non aver bisogno di nessuno, bastarsi da soli e soprattutto non dover dipendere da nessuno per la gratificazione dei propri bisogni affettivi che quindi verranno perlopiù negati o persino dissociati dalla propria consapevolezza. Il "non rapporto" diventa così una soluzione funzionale alla neutralizzazione della paura della perdita ma, allo stesso tempo, può nascondere desideri primitivi di oggetti relazionali ideali da amare in modo totalizzante: oggetti che restano comunque potenzialmente abbandonanti, corrotti, traditori, sadici e che quando vanno via creano un senso di frammentazione del sé nell'individuo.

L'ambivalenza affettiva e rappresentazionale derivante dalla coesistenza di antichi bisogni d'attaccamento e fobie degli stessi (poiché implicanti altrettanto antiche e terrifiche angosce di separazione) viene risolta quindi in una modalità relazionale di tipo evitante (il "non rapporto" autoprottettivo di Modell) che opera come un guscio che allo stesso tempo protegge il sé e inibisce la fuoriuscita dei desideri di legame: questi possono quindi rimanere attivi ed essere rinfocolati da situazioni contingenti, premendo sul guscio protettivo dall'interno per venire alla luce.
Tale condizione può intrappolare l'individuo nel "dilemma del porcospino", una oscillazione senza soluzione di continuità tra due posizioni relazionali – lontananza siderale e vicinanza fusionale – in cui il sé rischia in ogni caso, l'annichilimento. Per questi individui può apparire meno dolorosa la vita vissuta con la maschera della persona forte, autonoma, indipendente, senza bisogni, autosufficiente ed onnipotente, arroccata in una torre d'avorio e lontana da ogni relazione profonda e possibilità di perdita affettiva; ma in quella torre, al sicuro dietro la maschera, spira un vento freddo, di solitudine e di vuoto che gela un sé libidico desideroso di calore, empatia, riconoscimento e amore incondizionato, che brama il contatto con l'altro a dispetto della paura per l'annientamento insito nello stesso.
Come porcospini in una fredda giornata d'inverno dovranno scegliere se vivere "soli" rischiando di rimanere assiderati o avvicinarsi agli altri per godere del calore reciproco, esponendosi così alle pericolose ferite prodotte dalle spine di una perdita affettiva.
Dott. Nicola Walter Strisciulli

Bibliografia

Albasi, C. (2006), Attaccamenti traumatici. I Modelli Operativi Interni Dissociati. UTET, Torino.

Bowlby, J. (1969), Attaccamento e perdita. L’attaccamento alla madre. Tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 1989, vol. 1.

Bowlby, J. (1973), Attaccamento e perdita. La separazione dalla madre. Tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 1978, vol. 2.

Bowlby, J. (1980), Attaccamento e perdita. La perdita della madre. Tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 1983, vol. 3.

Fonagy, P., Target, M. (2001), Attaccamento e funzione riflessiva. Tr. it. Raffaello Cortina, Milano.

Freud A., L’Io e i meccanismi di difesa (trad. it), in Opere, vol.1, Boringhieri, Torino, 1978
Gabbard G. O. (2005) Psichiatria psicodinamica – Quarta e dizione - Milano, Raffaello Cortina Editore, 2007

Lingiardi, V., Madeddu, F. (2002) I meccanismi di difesa. Teoria, valutazione, clinica – Milano: Raffaello Cortina Editore, 2013

Meltzer D. (1971) Il processo psicoanalitico. Roma, Armando Editore, 2010
Modell A.H. (1975) “A narcissistic defense against affects and the illusionof self sussifiency”. In International Journal of Psycho-Analysis, 56, pp. 275 - 282